La nostra Montagna tra pessimismo e opportunità

La nostra Montagna tra pessimismo e opportunità

La nostra Montagna tra pessimismo e opportunità 704 725 Stefano Aggravi

Un Natale così non lo avevamo mai visto. Vie deserte, qualche coda davanti ai negozi di beni alimentari e pochissima gente in giro per prendere una boccata d’aria o al massimo portare a spasso il proprio amico peloso. Tutto questo, cioè null’altro che l’inizio di un periodo ancora molto lungo, lo capiremo sempre più con l’avvicinarsi del 31 dicembre, sì, perché ci renderemo davvero conto di cosa significhi per tutti noi questo lockdown natalizio.


In tutto questo deserto non si hanno certezze sul futuro della stagione invernale, sul futuro della nostra Montagna. Tutti in cuor nostro già ci immaginiamo come, a fronte della sceneggiata mediatica dell’arrivo dei vaccini (e qui parlo soltanto di quello che giornali e propaganda di stato ci stanno facendo vedere, non di scienza), arriverà poi la fatidica notte della Befana con Conte vestito di scarpe tutte rotte che ci chiuderà ancora.



Cari amici, mettiamoci pure il cuore in pace e consideriamo finita questa stagione invernale. Questa non è una considerazione formulata soltanto al pensiero che gli impianti da sci non apriranno dopo il 7 gennaio, bensì tiene conto di quanto a Roma freghi della Montagna: zero! Per questo motivo, a fronte di ristori dedicati pari a zero (eh sì, perché qui la botta sarà ben superiore ad ogni valutazione possibile) le Regioni “di montagna” dovranno mettere in campo misure dedicate specificatamente al mondo dello sci e della montagna invernale. Non un piano di semplice aiuto, bensì di “salvezza” del tessuto privato che oggi ancora regge a fronte del lavoro passato e dei risultati dell’ultima estate. 


Una necessità che nel nostro piccolo ho già cercato di descrivere nella Relazione al bilancio di previsione 2021-2023 (tecnico) della Regione, proprio perché non si può perdere tempo e dobbiamo usare bene i prossimi giorni per evitare la messa in campo di misure economiche doppie (rispetto a quelle statali) inefficaci e/o costruite con una complicazione degna di uno stato dell’ex blocco sovietico.



In tutto questo dobbiamo però anche ricordarci del nostro futuro e di cosa potrà diventare la Montagna dopo il Covid-19 e credo che, come spesso accade nel corso dell’evoluzione di grandi crisi, le opportunità non mancheranno. In un recente studio del Crédit Suisse (del dicembre 2020) “What will last? The long-term implications of COVID-19” si prospetta nel medio termine una diminuzione della densità di inurbamento che ha creato sino ad oggi le grandi città che conosciamo. Sviluppo sistematico del remote working e potenziali migliori condizioni di vita nei medi e piccoli centri urbani (per numero di abitanti e qualità dei servizi ad esempio) potrebbero giocare a vantaggio della Montagna, un tempo abbandonata a favore delle città. 


Questa potrebbe essere una grande opportunità per il nostro futuro, proprio come la storia delle epidemie ci insegna, ma sta a noi coglierla e renderla reale.