Nel corso della settimana del Consiglio Valle dedicata all’esame del bilancio di previsione per il prossimo triennio, è riemersa una contrapposizione che ritorna puntualmente nel dibattito politico: quella tra bilancio “tecnico” e bilancio “politico”. Una distinzione che, a seconda dei ruoli, viene utilizzata con una certa disinvoltura. È comprensibile: per maggioranza e minoranza, etichettare un bilancio rientra nel gioco delle parti, nella dialettica fisiologica dell’Aula.
Ma al di là delle definizioni, resta un dato difficilmente contestabile: fare un bilancio è un esercizio complesso. Un esercizio di equilibrio, più che di contrapposizione. Equilibrio tra volontà politiche e necessità contingenti, tra esigenze di stabilità e bisogni emergenti, tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che è possibile fare, nel rispetto di obblighi normativi non derogabili.
Soprattutto quando si arriva a fine anno, il margine di manovra è, inevitabilmente, limitato. Chi governa – ma in fondo chiunque abbia responsabilità istituzionali lo sa – gestisce ciò che può gestire in quel momento. È una constatazione banale, ma spesso rimossa dal dibattito pubblico. Forse, allora, sarebbe più onesto parlare di programmazione “corta”, senza attribuire a questa espressione un giudizio negativo. Non per scelta ideologica, ma per necessità oggettiva: tempi, procedure, vincoli e contesto impongono, talvolta, una visione più ravvicinata.
Questo non significa rinunciare all’ambizione politica. Significa riconoscere che la volontà, da sola, non basta. Né basta un tratto di penna per modificare davvero una programmazione. Servono analisi, confronto, verifiche. Serve soprattutto il tempo della costruzione, che è diverso dal tempo dell’annuncio. È proprio questo tempo che spesso manca quando si è chiamati a chiudere un bilancio a ridosso della fine dell’anno.
Il bilancio, allora, non è il luogo delle scorciatoie, ma quello della responsabilità. Un atto che tiene insieme ciò che è politicamente desiderabile e ciò che è amministrativamente sostenibile. Un atto che non esaurisce la politica, ma la incanala dentro un perimetro di realtà.
È anche per questo che molte scelte – o molte correzioni di rotta – non possono che essere rinviate. Rinviate non per inerzia, ma per metodo. Il lavoro di costruzione e di modifica della programmazione potrà essere svolto in corso d’anno, accompagnando l’attuazione del bilancio, e soprattutto guardando al prossimo bilancio di previsione, quando le condizioni temporali e operative consentiranno un esercizio più pieno di indirizzo politico.
Forse è questo il punto che vale la pena tenere a mente: più che discutere se un bilancio sia tecnico o politico, dovremmo chiederci se sia credibile, leggibile e responsabile. Perché un “buon” bilancio di programmazione si misura anche così: non nella promessa immediata, ma nella capacità di costruire nel tempo scelte solide, comprensibili e sostenibili.